Machiavelli e la neutralità: da Melo al Turkmenistan
Niccolò Machiavelli viveva nel contesto delle città-stato italiane della fine del 1400, strette tra imperi e grandi monarchie (Francia, Impero asburgico, Spagna). La visione del Principe è simile a quella di Trump: il mondo è pericoloso e instabile; il sistema è anarchico: non c'è un'autorità superiore che garantisca sicurezza; le relazioni sono dominate da forza, fortuna e necessità; le promesse e le regole valgono solo finché convengono; non c'è fiducia duratura in trattati o istituzioni. Il Principe-Trump deve essere molto attento alla fortuna (caso, eventi imprevedibili) e la sua virtù è essere mutevole adattandosi alla mutevolezza del contesto. Egli separa la morale privata e la morale pubblica: deve fare il male se necessario; la sua morale è subordinata alla salvezza dello Stato. La guerra è normale, inevitabile; uno Stato che non si prepara alla guerra è già perduto; la pace è solo una pausa. Gli imperi tendono all'espansione e i piccoli Stati devono armarsi, allearsi o essere assorbiti: in un mondo senza regole, scegli in fretta o sarai scelto. La neutralità è una posizione dettata da irresolutezza e la conseguenza è che il principe neutrale è quasi sempre rovinato. Non si sfugge mai a un inconveniente senza incorrere in un altro; la prudenza sta nel riconoscere il male minore, non nello schivarlo. Il Principe che non si schiera 1) rimane senza difese e diventa preda del vincitore; 2) diventa oggetto del disprezzo dello sconfitto: il vincitore non vuole amici incerti, il perdente non protegge chi non lo ha aiutato; 3) finisce per trovarsi isolato.
Tucidide e il massacro di Melo
Questo realismo politico era anche quello della Grecia antica, quello della guerra del Peloponneso: Tucidide scrive degli abitanti dell'isola di Melo, che, pur essendo neutrali tra Atene e Sparta, furono assediati dagli Ateniesi. Atene sosteneva che la loro neutralità rappresentasse una minaccia al proprio potere e un segno di debolezza agli occhi degli alleati. Ne conseguiva che chi è più forte fa quello che può e che i forti fanno ciò che possono, i deboli soffrono ciò che devono. Per gli Ateniesi il vostro odio ci danneggia meno della vostra amicizia; questa è una prova di debolezza per i nostri sudditi, il vostro odio è una prova della nostra potenza. Fu così che uccisero tutti gli uomini di Melo e che donne e bambini furono resi schiavi.
La neutralità dopo Machiavelli: da Westfalia a Vienna
Ma qual è la storia del neutralismo post-Machiavelli?
Con la nascita del sistema degli Stati sovrani, sancita dalla pace di Westfalia del 1648, la neutralità cambia status: diventa una posizione riconosciuta dal diritto internazionale, non è più solo una scelta morale o prudenziale, ma una strategia legittima. La neutralità dei Paesi Bassi, della Svizzera e di alcuni Stati tedeschi si lega al commercio, all'equilibrio e alla sopravvivenza e funziona perché nessun impero è abbastanza dominante da imporre tutto; l'equilibrio multipolare la rende utile a tutti.
Con il Congresso di Vienna del 1815 la neutralità diventa garanzia dell'ordine e dell'equilibrio europeo: ad alcuni Stati, in particolare alla Svizzera, viene riconosciuta la neutralità permanente dalle grandi potenze; questa neutralità non è isolamento, ma funziona finché gli imperi rispettano le regole comuni.
Le due guerre mondiali e la guerra fredda
Con le due guerre mondiali dello scorso secolo la neutralità diventa fragile e piccoli Stati neutrali sopravvivono solo se sono difficili da occupare (come la Svizzera) o poco strategici (come la Svezia o il Portogallo, che cinicamente si disinteressano della moralità del conflitto, concentrandosi unicamente sul vantaggio economico o sulla sicurezza del proprio Stato).
Con la guerra fredda la neutralità rinasce come neutralità armata (Svizzera, Austria) o non allineamento (India, Jugoslavia, Egitto). La neutralità non è equidistanza morale, ma è manovra tra due imperi (USA e URSS). Quella della Svizzera non è assenza di forza, ma uso della forza per difendere il proprio non-allineamento; è la capacità di non farsi coinvolgere, tutelando i propri interessi senza subire l'egemonia altrui. Quella dell'India o della Jugoslavia non è inazione, ma è politica attiva per non allinearsi ai blocchi, massimizzando l'influenza in contesti non militari.
L'era post-1991 e il ritorno degli imperi
Dopo il 1991 la neutralità sembra quasi superata dall'egemonia USA: molti Stati scelgono l'ombrello dei blocchi (NATO, UE).
Con il ritorno di imperi geopolitici (USA, Cina, Russia) la competizione è diventata sistemica e la neutralità è tornata centrale, ma in maniera diversa: non si tratta più di non scegliere, ma di scegliere di non legarsi totalmente. Oggi la neutralità è spesso flessibile, opportunistica, instabile. Ad esempio, l'India parla di autonomia strategica, la Turchia di equilibrismo, mentre la posizione di alcuni Paesi del Sud globale è diventata labile. La neutralità diventa difficile da mantenere e viene vista come un free riding (scroccare la sicurezza altrui), come una mancanza di coraggio morale: viene ratificata la regola del più forte.
I quattro Stati permanentemente neutrali
Quanti sono i Paesi che si dichiarano permanentemente neutrali? Sono quattro: 1) la Svizzera, la cui neutralità dura dal 1815 e che si propone come baluardo della diplomazia e del mantenimento della pace; 2) l'Austria, che fu dichiarata neutrale nel 1955 all'interno di un accordo per garantirne la piena indipendenza e facilitare il ritiro delle truppe alleate rimaste nel Paese dopo gli orrori della Seconda Guerra Mondiale; 3) la Città del Vaticano, che divenne neutrale nel 1929, al momento della sua fondazione, quando il trattato stipulato da Mussolini e da Pio XI pose fine a molti anni di conflitto tra Chiesa cattolica e Stato italiano; 4) il Turkmenistan, che ottenne l'indipendenza dall'Unione Sovietica nel 1991 e divenne uno Stato permanentemente neutrale nel 1995; ad oggi, il Turkmenistan è l'unico Paese la cui neutralità è ufficialmente riconosciuta e sostenuta da una risoluzione dell'ONU, e la sua seconda festa nazionale è quella della neutralità.
Neutralità di fatto: dal Liechtenstein alla Serbia
Ci sono però altri Paesi che rivendicano o praticano aspetti di neutralità: 1) il Liechtenstein, che, a causa delle sue piccole dimensioni, ha di fatto una politica di neutralità fin dalla guerra austro-prussiana del 1866; 2) la Moldavia, che, pur dichiarandosi fin dal 1994 neutrale, in pratica non lo è del tutto; 3) la Mongolia (ha dichiarato la neutralità permanente nel 2015, sebbene questa non sia mai stata formalmente riconosciuta), che pratica una politica di terzo vicino tra Cina e Russia e che cerca di approfondire i legami con altri terzi vicini, come Giappone, Stati Uniti, Corea del Sud e UE; 4) il Nepal, che ha a lungo seguito una politica estera non allineata e orientata alla neutralità, sebbene non sia stata pienamente riconosciuta o sancita nella sua costituzione; 5) la Serbia, che ha autodichiarato una neutralità che non è riconosciuta a livello internazionale, ma che le permette di cooperare sia con la NATO che con la Russia; 6) l'Irlanda, che è neutrale sin dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale (che definì emergenza); ha una politica di neutralità militare, sebbene non sia vincolata da norme costituzionali o da trattati.
Svizzera e Irlanda: dalla neutralità di principio a quella cooperativa
Nell'ultimo anno, però, sia la Svizzera sia l'Irlanda stanno passando da una neutralità di principio a una neutralità cooperativa; pur non aderendo formalmente a un'alleanza militare (come la NATO), giustificano il cambiamento con la necessità di difendere i valori liberali e la sicurezza europea di fronte a nuove minacce. La Svizzera si è allineata alle sanzioni economiche dell'Unione Europea contro la Russia; il suo governo ha discusso la possibilità di permettere il riesport di armi di fabbricazione svizzera dall'estero verso l'Ucraina (il che ha generato intensi dibattiti); sta rafforzando la cooperazione con la NATO (ha partecipato a esercitazioni e ha condiviso intelligence). Si possono così osservare tre posizioni: il governo sostiene una neutralità pragmatica, una parte dei politici spinge per un avvicinamento all'Occidente, e c'è un'iniziativa popolare sulla neutralità che cerca di blindare costituzionalmente la neutralità classica.
L'Irlanda difende la sua neutralità tramite il Triple Lock (necessità di mandato ONU, approvazione del governo e del parlamento per inviare truppe all'estero), ma l'attuale governo mira ad approfondire, attraverso il programma Partnership for Peace, la cooperazione in materia di sicurezza con la UE e con la NATO, in parte a causa della necessità di modernizzare le proprie limitate capacità di difesa, specialmente in mare e nello spazio aereo. A differenza della Svizzera, il 75% dell'opinione pubblica irlandese rimane fortemente legata alla neutralità.
Il Turkmenistan: neutralità, gas e controllo
Anche la neutralità del Turkmenistan è fortemente impregnata di aspetti pragmatici. La sua neutralità, che implica niente alleanze militari, niente basi straniere, niente partecipazione a blocchi, ruolo di mediazione potenziale, sembra trovare la sua motivazione nella sua posizione geopolitica: confina con Iran, Afghanistan, Uzbekistan e Kazakistan e condivide le rive del Mar Caspio con la Russia e altri Paesi; il suo principale interesse economico è garantire la vendita della sua merce più preziosa e abbondante: il gas naturale. Con vicini così scomodi le frontiere, prima quasi impermeabili, tendono ora a essere improntate a un'apertura basata sull'aumento dell'attività del porto sul Caspio e sulla costruzione di ferrovie.
Anche le frontiere virtuali sono impermeabili: il clima pubblico è di regime, ogni comportamento può essere oggetto di un decreto governativo. Viene contrastato lo stile di vita occidentale — e questo, in prima istanza, è un bene — : sono vietati i matrimoni non sobri, i McDonald's, la moda; oltre al divieto di tintura di capelli e di ciglia finte, le donne sotto i 40 anni che si sottopongano al botulino o alle protesi mammarie rischiano limitazioni nel lavoro o pesanti multe. La stampa è governativa, i social sono oscurati, sono numerosi i casi di sparizioni forzate e sono state rimosse le panchine pubbliche per evitare assembramenti.
Viene propagandata la possibilità di un turismo sicuro, ma l'ospitalità sconfina nel controllo. La nuovissima capitale è fatta di monumenti in oro, enormi fontane e edifici di marmo bianco, ma le sue strade sono apparentemente quasi deserte, per cui dalla maggior parte dei turkmeni, che vive in condizione di povertà, viene chiamata la città dei morti: è il simbolo del compromesso tra la tradizione maschilista islamica e l'innovazione tecnologica; il suo governo, che può essere paradossalmente definito una repubblica presidenziale ereditaria, è una diarchia con un padre virile alla Putin e un figlio, formato all'estero, cui il padre ha formalmente lasciato il potere, pur avendo conservato il diritto di veto sulle sue decisioni.
Un ponte tra Asia ed Europa
Negli ultimi trent'anni, il Paese si è sempre più definito un ponte, tra Asia ed Europa, tra Stati produttori e mercati di consumo, o tra regioni alle prese con sfide ambientali comuni (ha ospitato conferenze sull'ambiente e la sicurezza idrica, in una regione sempre più vulnerabile allo stress climatico, ed è diventato un punto focale dell'impegno diplomatico).
Il Turkmenistan è desideroso di presentare la propria neutralità non come assenza di allineamento, ma come modello di impegno costruttivo: offre uno spazio di dialogo raro in una regione in cui le tensioni possono facilmente divampare.
Radici e limiti della neutralità turkmena
Ma quali sono le radici del Turkmenistan? È figlio diretto della fine dell'URSS, del trauma dei blocchi, del fallimento del Movimento dei Non Allineati come progetto globale. Si ispira a chi, come Gorbacev, Brandt, Palme, Guterres, ha creduto e crede nella sicurezza condivisa, nel disarmo come fiducia, nella politica come pedagogia. È figlio anche del sufismo, ma, senza una rivoluzione interiore, le affermazioni di stare nel mondo senza essere del mondo vanno calate nell'uguaglianza dei diritti tra tutti gli esseri… la neutralità, per il Turkmenistan o per qualsiasi altro Paese, può avere senso solo se è all'interno dell'impegno continuo verso il disarmo globale.
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Domande?
Perché Machiavelli considerava la neutralità una debolezza?
Per Machiavelli, la neutralità era frutto di irresolutezza. Il principe neutrale resta senza difese, viene disprezzato sia dal vincitore sia dallo sconfitto, e finisce isolato. Nel suo sistema anarchico di relazioni tra Stati, non schierarsi equivale a consegnarsi al più forte.
Quanti Paesi sono permanentemente neutrali oggi?
Quattro Stati si dichiarano permanentemente neutrali: Svizzera (dal 1815), Austria (dal 1955), Città del Vaticano (dal 1929) e Turkmenistan (dal 1995). Il Turkmenistan è l'unico la cui neutralità sia sostenuta da una risoluzione dell'ONU. Altri Paesi, come Irlanda, Serbia e Mongolia, praticano forme di neutralità non formalmente riconosciute.
Che cos'è la neutralità cooperativa di Svizzera e Irlanda?
È un'evoluzione recente della neutralità classica: senza aderire formalmente alla NATO, entrambi i Paesi rafforzano la cooperazione militare e di intelligence con l'Occidente, giustificando il cambiamento con la necessità di difendere la sicurezza europea. La Svizzera si è allineata alle sanzioni UE contro la Russia; l'Irlanda approfondisce la cooperazione attraverso il programma Partnership for Peace.
Perché il Turkmenistan ha scelto la neutralità permanente?
La posizione geopolitica del Turkmenistan, che confina con Iran, Afghanistan, Uzbekistan e Kazakistan, rende rischioso qualsiasi allineamento. La neutralità gli permette di vendere gas naturale a tutti senza vincoli di blocco, mantenendo una posizione di mediazione nella regione. È anche figlio dell'esperienza post-sovietica e del desiderio di evitare il coinvolgimento nei conflitti regionali.