Meta contro Barbero: il governo della visibilità

Nel corso del ragionamento che sto tracciando sono andato alla ricerca delle forme di autoritarismo del principio femminile (la religione, le credenze, la bellezza, la seduzione, l'estetica), mentre il principio maschile si è affermato come forza, come guerra, come rogo, là dove la sua elevazione avrebbe dovuto configurarsi come etica. Eppure lampi di equilibrio c'erano già nel secolo della scoperta dell'America, ad esempio in Pietro Pomponazzi che scriveva:

Fecero bene gli antichi a porre l'uomo tra le cose eterne e quelle temporali, cosicché egli, né puramente eterno né semplicemente temporale, partecipa delle due nature e stando a metà fra loro, può vivere quella che vuole. Così, alcuni uomini sembrano dèi perché, dominando il proprio essere vegetativo e sensitivo, sono quasi completamente razionali. Altri, sommersi nei sensi, sembrano bestie. Altri ancora, uomini nel vero senso della parola, vivono mediamente secondo la virtù, senza concedersi completamente né all'intelletto e né ai piaceri del corpo.

Nel prosieguo del ragionamento cercherò di mostrare che l'efficacia del potere di mantenersi uguale a se stesso avviene meglio grazie all'autoritarismo femminile, mentre solo un'elevazione del principio maschile può permettere di attraversare la porta stretta del cambiamento. Provo a illustrare questo concetto attraverso l'esemplificazione del recente caso Meta contro Barbero.


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Il caso Meta contro Barbero

Meta (Facebook/Instagram) ha deciso di rimuovere nelle sue pagine il video in cui lo storico italiano Barbero spiega le sue ragioni per un no al referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati: il video stava diventando troppo virale, cioè era visto da un numero sempre maggiore di persone. Questa decisione di Meta fa seguito a molte altre interferenze o repressione verso i siti che esprimono le proprie opinioni dissonanti rispetto alle autocrazie internazionali.

Ne è conseguito un dibattito attorno alla libertà d'espressione, alla moderazione dei contenuti e al ruolo delle piattaforme digitali.

In base al fact-checking (verifica dei fatti), affidato al partner italiano Open, Meta ha sostenuto di applicare le regole contro la disinformazione, obbligate anche dal Digital Services Act europeo, attraverso un fact-checking esterno, e pertanto da lei ritenuto indipendente. In questo quadro, contenuti segnalati come fuorvianti sono declassati dagli algoritmi, ma non necessariamente rimossi. La criticità individuata da Open Italia era una presunta inesattezza tecnica su un passaggio del discorso riguardo alle modalità di nomina dei membri del Consiglio Superiore della Magistratura tra Parlamento e Governo, ritenuta dai fact-checker non corretta nel contesto istituzionale italiano.

Marco Travaglio ha sintetizzato così la questione:

… Barbero (è stato) passato ai raggi X da presunti "fact checker" che lo accusano di mentire sulle due ragioni fondamentali del suo No: l'indebolimento del Csm e la strada spianata verso il controllo del governo, o della maggioranza parlamentare (che è la stessa cosa), sui pm.

I limiti del fact-checking

Vari critici hanno obiettato che limitare la portata di un video politico in campagna referendaria rischia di influire sul dibattito democratico, soprattutto se altri soggetti politici (tra cui il Governo) sono esenti dal fact-checking.

Come può un fact-checker decidere cosa è fuorviante? In teoria il fact-checker non dovrebbe decidere l'interpretazione corretta, ma solo verificare affermazioni fattuali controllabili. Se si tratta di valutazioni, inferenze o scenari, subentrano l'interpretazione politica, l'analisi istituzionale e il giudizio prognostico … il fact-checking dovrebbe fermarsi.

Nel caso Barbero il fact-checker privato non è un giudice, non è la Corte costituzionale, non è un organo democratico. Eppure, decidendo quale interpretazione sia fuorviante in una campagna referendaria su un contenuto argomentativo, fa slittare enormemente il suo ruolo: da verificatore diventa arbitro del discorso pubblico.

Il criterio della viralità

C'è poi il criterio della viralità: ciò significa che non conta solo se qualcosa è impreciso, ma quanto circola e quanto può influenzare; il che implica che il fact-checking smette di essere epistemico e diventa gestione del rischio politico.

In pratica, i criteri reali sono il rischio reputazionale per la piattaforma, la pressione normativa (legge sui servizi digitali dell'Unione europea, governi, media), la scalabilità algoritmica (meglio bloccare che spiegare), la semplificazione inadatta a contenuti complessi.

Due fatti cruciali

La manipolazione del potere femminile si basa allora su due fatti:

  1. A emettere un giudizio è stata una piattaforma privata, con fact-checker non eletti, con criteri opachi e con penalizzazioni algoritmiche
  2. Il fatto che Meta governi la visibilità politica senza censurare e senza chiamarsi editore

Non scusarti mai!
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Il governo della visibilità: Taibbi e Greenwald

Quello del governo della visibilità è un problema già sentito negli USA: il giornalista Matt Taibbi e il giornalista-avvocato Glenn Greenwald, che nel 2013 pubblicò su The Guardian i documenti segreti sulla sorveglianza di massa forniti da Edward Snowden, ottenendo il Premio Pulitzer, stanno insistendo, con altri, da anni sul governo della visibilità.

La tesi di Matt Taibbi

Per Taibbi il governo della visibilità nasce da una burocratizzazione della verità attraverso una rete di agenzie, università, ONG, piattaforme. Non c'è un Grande Censore, ma c'è una macchina amministrativa. Nei TwitterFiles Taibbi mostra che non ci sono divieti, ma raccomandazioni con interventi leggeri, che però hanno effetti enormi. L'informazione è stata sostituita da processi di compliance: non si discute se qualcosa è vero, ma si valuta se è sicuro, opportuno, allineato, rischioso. La visibilità diventa una questione amministrativa, non democratica.

La tesi di Glenn Greenwald

Per Greenwald il governo della visibilità è un abuso verso il Primo Emendamento, verso le libertà civili e verso lo stato di sicurezza. Lo Stato non censura direttamente, ma esternalizza il controllo alle piattaforme, che anticipano, eccedono, iper-moderano. Il risultato è lo stesso della censura, senza violare formalmente la Costituzione.

Peggio della censura classica

Per entrambi — Taibbi e Greenwald — il controllo dell'informazione non avviene più tramite la legge, ma tramite l'architettura della visibilità, che è peggiore della censura classica: mentre la censura classica è visibile, è contestabile, crea scandalo, mobilita opposizione, il governo della visibilità è invisibile, è tecnico, è giustificato come protezione, non produce martiri, non produce conflitto, è più stabile, quindi più pericoloso.

Cosa è successo realmente nel caso Barbero

Anche nel caso Barbero si può constatare che chi controlla la visibilità controlla la politica, anche senza censurare nessuno: nessuno ha vietato il video, nessuna legge è intervenuta, non c'è stata accusa penale, ma la visibilità è stata ridotta ed è stata attribuita un'etichetta delegittimante, efficace almeno nel periodo di confronto prima del referendum. Le piattaforme hanno giocato il ruolo di arbitri decidendo regole di visibilità che in pratica influenzano fortemente quali messaggi raggiungono grandi pubblici; ciò è avvenuto con algoritmi e team di verifica privati, non con procedimenti pubblici e trasparenti.

La difesa del fact-checking

Ma come si difendono i difensori del cosiddetto fact-checking?

Partendo da tre assunti, che si rifanno al solito, ambiguo problema della sicurezza, asseriscono: proteggiamo la democrazia dal caos informativo:

  • L'informazione è un rischio: può disinformare, può polarizzare, può danneggiare la democrazia
  • La neutralità è tecnica: non decidiamo idee, applichiamo procedure, seguiamo standard
  • Meglio intervenire troppo che troppo poco: l'errore per eccesso è accettabile, l'errore per difetto è pericoloso

Taibbi e Greenwald hanno a loro volta ribattuto: state proteggendo le istituzioni dal dissenso. Affermando che la verità emerge dal confronto, non dalla moderazione, hanno ribaltato gli assunti antidemocratici dei difensori del fact-checking:

  • L'informazione è conflitto, non rischio da sterilizzare, ma terreno di scontro pubblico
  • La neutralità non esiste: decidere cosa è fuorviante è già una scelta politica
  • L'errore accettabile è l'eccesso di libertà, non l'eccesso di controllo

Conclusione: oltre il fatto di cronaca

È allora fondamentale che il caso Meta-contro-Barbero non si esaurisca in un fatto di cronaca, ma porti comprensione attraverso un confronto non fazioso!

Nel prosieguo del ragionamento che sto cercando di proporre potrò esaminare l'espressione della doppia anima del potere in Machiavelli e del suo esprimersi in modo diametralmente opposto in Giordano Bruno, da una parte, e, dall'altra, in Thomas Hobbes, in Galileo, negli Illuministi e nel transumanesimo post-moderno. Una tappa del ragionamento sarà anche quella di Étienne de La Boétie, che a 18 anni riconobbe l'impianto tirannico delle moderne democrazie: un governo di pochi al quale, senza costrizioni o violenze e per libera scelta, il popolo consegna la sua libertà originaria.


Domande?

Cosa è successo tra Meta e Alessandro Barbero?


Meta ha rimosso dalle sue piattaforme (Facebook e Instagram) un video in cui lo storico Alessandro Barbero spiegava le ragioni del suo "no" al referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati. Il video è stato segnalato come "fuorviante" dal fact-checker italiano Open per una presunta inesattezza tecnica sulle modalità di nomina del CSM. La rimozione è avvenuta mentre il video stava diventando virale, durante la campagna referendaria.

Cos'è il "governo della visibilità"?


Il governo della visibilità è un concetto sviluppato da giornalisti come Matt Taibbi e Glenn Greenwald per descrivere una forma di controllo dell'informazione che non passa attraverso la censura diretta, ma attraverso algoritmi e processi di moderazione. Non si vieta un contenuto, ma se ne riduce la visibilità, si appongono etichette delegittimanti, si declassa nei feed. È considerato più pericoloso della censura classica perché è invisibile, tecnico e non produce opposizione.

Chi sono Matt Taibbi e Glenn Greenwald?

Matt Taibbi è un giornalista investigativo americano noto per aver pubblicato i "Twitter Files", documenti interni che mostrano come le piattaforme social collaboravano con agenzie governative per moderare contenuti. Glenn Greenwald è un giornalista e avvocato che nel 2013 pubblicò su The Guardian i documenti di Edward Snowden sulla sorveglianza di massa della NSA, vincendo il Premio Pulitzer. Entrambi denunciano da anni il controllo dell'informazione attraverso le piattaforme digitali.

Il fact-checking è una forma di censura?

Non tecnicamente, ma può avere effetti simili. Il fact-checking dovrebbe limitarsi a verificare fatti oggettivi, ma quando si applica a interpretazioni politiche, analisi istituzionali o scenari futuri, come nel caso Barbero, diventa arbitro del discorso pubblico. Il problema si aggrava quando i fact-checker sono privati, non eletti, con criteri opachi, e quando il criterio della viralità trasforma la verifica dei fatti in gestione del rischio politico.


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