Sommario
Lugano, Zurigo, Parigi, Londra, Suffolk
Sud-est dell'Inghilterra. Una casa di campagna tra due fiumi e il mare.
Per tutte le vie immaginabili ci sono venuto in pellegrinaggio nel corso della mia vita: da bambino con i miei genitori e il mio fratellino, di notte, nel Trans Europa Express da Monaco a Hoek van Holland e da lì in nave fino a Harwich. Più tardi in aereo da Zurigo o Milano a London Stansted, e da lì in autobus fino a Ipswich. Più tardi ancora con l'aereo proprio(noleggiato!) da Locarno a Wattisham, dove esiste una pista d'erba quasi invisibile in mezzo a grandi campi, che prima dell'atterraggio devi sorvolare tre volte per accertare posizione, orientamento e condizioni. E ad ogni nuovo arrivo la mia grande amica Usch con suo marito William mi veniva a prendere, mi salutava e mi stringeva tra le braccia.
Ieri mattina, sabato 7 marzo 2026, 6:40, Lugano. Albeggia lentamente. L'autobus arriva puntuale, neanche dieci minuti dopo sono alla stazione, alle 08:02 parte l'Intercity per Zurigo, e il farsi del giorno viene annientato dall'incredibile galleria di base del Gottardo. Già poco dopo Bellinzona il massiccio montagnoso risucchia il treno nel suo tubo lungo quasi 60 chilometri, per risputarci venti minuti più tardi sulle rive del lago dei Quattro Cantoni.



Lugano, Zurigo, intorno a Basilea Campagna
Zurigo poco dopo le 9, un caffè nel bicchiere di carta per 4,70, il TGV per Parigi è già pronto. Gli scompartimenti si riempiono, ma per fortuna le poltrone in prima classe sono abbastanza larghe da lasciare spazio per le gambe lunghe e per i molti pensieri che col tremore del treno si filano sempre più stretti in un bozzolo scuro che finalmente da qualche parte dopo Digione ti preme gli occhi chiusi e ti fa cadere la penna di mano.
Poco prima dell'arrivo mi sveglio di soprassalto. Il momento critico del viaggio si avvicina: mezz'ora mi resta a Parigi per andare dalla Gare de Lyon alla Gare du Nord, la stazione di partenza dell'Eurostar.
Linea D della RER, due fermate, così difficile poi non può essere. Nel sottosuolo parigino metto e tolgo gli occhiali da lettura, controllo colori delle linee e capolinea, per sfuggire al mio eterno incubo: trovarmi seduto nella metropolitana giusta, ma in direzione sbagliata. Devo aver dato un'impressione piuttosto confusa. Mi avvicina un gentile signore anziano, chiede dove devo andare, e mi offre di accompagnarmi fino al binario. Accetto volentieri. Scendiamo su scale mobili interminabili sempre più giù verso il centro della terra, scambiamo qualche parola, da dove, per dove, per che ragione, e poi al binario mi indica di sedermi su una panchina e tra sette minuti salire sul treno che in sei minuti mi porterà alla Gare du Nord. E si congeda.
Per un istante mi afferra la stanchezza, ma mi ricompongo. Il display lampeggia: Melun. Estraggo dalla borsa gli occhiali da lettura e mi precipito alla mappa più vicina, trovo finalmente la linea D verde e difatti. Di corsa verso la scala mobile, di corsa di nuovo in superficie, lassù una scansione fulminea di cartelli e tabelloni e dall'altra parte di nuovo giù, direzione Creil, sì, Creil è giusto, giusto, giusto.
Sembra che lui non mi veda, o che non mi riconosca, o è un maestro. Mi guarda attraverso come se fossi vetro di finestra. Eppure sono certo che il signore seduto di fronte a me sia lo stesso uomo che un quarto d'ora fa mi ha fatto sedere sulla panchina al binario sbagliato. Si alza e scende. Solo adesso mi riscuoto dallo stupore o dallo spavento e mi lancio, la porta già si sta chiudendo con un forte segnale acustico, fuori dall'incubo. Gare du Nord.

Tra arrivo, controllo biglietti e passaporti e check-in per l'Eurostar resta poco tempo. Già qui a Parigi i funzionari di frontiera inglesi controllano passaporti e visti, poi i controlli di sicurezza. Il treno praticamente vuoto in prima classe. Due ore e mezza da Parigi a Londra, dopo poco più di un'ora il treno si lancia a 160 km/h nei pressi di Calais nel tunnel sottomarino e si insinua quel leggero odore di muffa che per tutto il soggiorno sull'isola più non ti lascerà.
Nonostante l'enorme velocità dei treni di oggi, viaggiando via terra si ha la sensazione, al contrario del volo, di dover, di poter superare ogni chilometro, ogni metro. Come in una lunga camminata, ogni passo, ogni metro è onestamente guadagnato. Non ci sono scappatoie, formule magiche che ti tolgano il tragitto come quei tappeti volanti che già gli antichi persiani sognavano nelle loro storie e che oggi in massa solcano gli spazi aerei come calabroni urlanti, denutriti, perennemente sull'orlo della follia.
Per me il volare ha assunto negli ultimi anni una forma angosciante. Le enormi sale in cui, benché si sia venuti per viaggiare, si attende all'infinito: file che serpeggiano senza senso prima per il check-in, poi per il controllo di sicurezza. Enormi sale d'attesa con migliaia di persone. Sedere, stare fermi o comprare droghe: superalcolici, vino, profumi a prezzi esorbitanti, dolciumi in spropositate buste duty free. Di nuovo file, mezze ore in piedi pigiati. Poi in aereo: calca, piccolezza, mancanza di spazio, ristrettezza, aria cattiva. Il viaggio: impossibile da vivere. Dopo l'atterraggio lo stesso teatro della partenza: di nuovo sale, di nuovo corridoi insensatamente lunghi, di nuovo attendere, questa volta il bagaglio, e poi dopo mezza giornata o una giornata intera di supplizi finalmente esci all'aria aperta e ti ritrovi in una terra di nessuno lontano da qualsiasi civiltà.
Tutto il volare si svolge in non-luoghi, in posti che in una realtà umana in verità non dovrebbero avere alcun posto. Mi escono dalle orecchie, questi mondi fittizi sovraeccitati. Oggi mi godo ogni viaggio che si fa a piedi, in bicicletta, su rotaie, su traghetti e se proprio deve essere su qualche pullman. Viaggi in cui il paesaggio si trasfigura lentamente, in cui puoi attraversare le frontiere e ascoltare la gente in lingue che si trasformano. Viaggi in cui la luce si sposta.
Undici ore da Lugano a Londra, pura magia infine arrivare e semplicemente scendere in mezzo alla città.
Forse questo viaggio fa bene proprio per la sua lunghezza, come un lungo massaggio che è faticoso e a tratti doloroso, ma che ti congeda profondamente disteso.
Undici ore di quiete. Quiete regalata, inattesa.
A Londra poi, è quasi impossibile crederci, il mio amico Adel sta lì nella folla di chi aspetta. Adel è medico a Londra, l'amico rimasto dai tempi della scuola. Gli avevo mandato un saluto da Parigi, lui si è lanciato sul treno da Surbiton. Adesso attraversando Londra verso Liverpool Street Station ci facciamo un paio di pub. Il primo è strapieno, il rugby sugli schermi grandi, l'atmosfera è cupa. Abbiamo bevuto la nostra pint piuttosto in fretta, per essere di nuovo fuori prima del fischio finale (L'Italia ha poi vinto 23:18: la prima storica vittoria dell'Italia contro l'Inghilterra).



St. Pancras, con Adel
Il rivedersi, le conversazioni, i pensieri. Ci sono cose, temi, che condivido con Adel e con nessun altro. Forse ci muoviamo così attraverso la vita: con ogni persona esistiamo soltanto in determinati cerchi tematici, di altre cose con loro mai parliamo. L'intersezione di questi temi è poi ciò che percepiamo come L'Organico, come Continuità, o come Tessuto della nostra vita. In realtà però queste relazioni, questi cerchi tematici sono probabilmente territori del tutto isolati fra di loro.
Fish and Chips** **al Blackfriars Pub, eccellenti. Un ceco triste, ubriaco fradicio, si siede al nostro tavolo, farfuglia della fine del mondo e ha ragione col suo borbottio, ma poi il suo mondo rimbalza contro il nostro e lui tenta di arrivare vivo in qualche modo giù per la ripida scala fino alla toilette completamente allagata.
Liverpool Street Station. Un grande abbraccio. Credo che per gli amici vedersi spesso conti poco. Conta sapere che l'altro c'è.
Appuntamento per l'estate.
Alle otto il treno parte per Ipswich, un zoticone ubriaco nel corridoio non vede un gradino e con tutta la sua stupidità mi cade addosso da dietro. Qualcosa scricchiola un po' nella nuca, niente di permanente. Era Nicolas Bouvier, che ha detto che un viaggio ti deve fare a pezzi, altrimenti viaggio non lo è davvero?
Alle nove sono in taxi e finalmente, quattordici ore dopo la partenza da Lugano, nel suo luogo segreto la mia madrina mi stringe tra le braccia e mi attira nella sua casa incantata tra due fiumi e il mare.
Testo originale in tedesco. Traduzione con il gentile aiuto di Opus 4-6
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